20/06/2026 - 17:24
rete fidi liguria

L’estate degli italiani (e non solo): il turismo 2026 tra incertezze e viaggi di prossimità

Meno voli intercontinentali, più viaggi di prossimità: per l’estate 2026 si registra un calo dei flussi turistici dagli Stati Uniti verso l’Europa, a causa di fattori geopolitici ed economici, a partire dalla guerra in Iran, passando per l’aumento dei prezzi del petrolio, l’incertezza sugli approvvigionamenti di carburante per gli aerei e l’inflazione. Per l’Italia, il secondo Paese Ue più visitato dopo la Spagna, un paracadute al calo dei visitatori oltreoceano può essere rappresentato dai turisti nazionali ed europei, che mostrano una preferenza crescente per le destinazioni domestiche, più vicine e sicure. A dirlo è la ricerca firmata Sojern (agenzia di marketing specializzata nel settore viaggi) per “Il Sole 24 Ore”, secondo cui cresce sul web l’interesse per le vacanze nel Belpaese.
Rispetto al 2025 le prenotazioni di voli per l’Italia registrano, infatti, un aumento del +25%, mentre la ricerca degli hotel un +20%. Segnali importanti e incoraggianti, seppur basati su dati non definivi, in quanto ancora la maggior parte delle vacanze deve ancora essere programmata e prenotata. “Per l’Italia sarà fondamentale aumentare il valore percepito dell’offerta, lavorando sulla destagionalizzazione, sulla promozione di territori meno congestionati e su esperienze autentiche ad alta componente culturale ed enogastronomica. Azioni di sviluppo per la domanda domestica, anche di corto raggio, sono da considerare interessanti, visto l’interesse dichiarato dagli italiani”, afferma, a WineNews, Roberta Garibaldi, docente all’Università di Bergamo e presidente Aite-Associazione Italiana Turismo Enogastronomico. Nel 2026 gli italiani sembrano non rinunciare alle vacanze estive, ma le affrontano con una prudenza senza precedenti. Il 70% degli intervistati ha intenzione di concedersi un viaggio nei prossimi quattro mesi, ma questo desiderio deve fare i conti con un clima di tensione e forte incertezza globale che sta influenzando profondamente le scelte. Queste le principali evidenze anche della ricerca dell’Istituto Piepoli “Turismo: prospettive e opportunità per l’estate 2026”.
Certo, gli arrivi domestici non potranno sostituire il mercato statunitense: basti pensare che nel 2025 i turisti americani hanno speso nel nostro Paese 6,605 miliardi di euro. Ad oggi sono ancora loro a mantenere il primato per ricerche di hotel in Italia, ma con un calo del -6,1%. Secondo quanto affermato da Luca Romozzi, commercial director Europe di Sojern, non è il caso di essere catastrofici: anzi, i dati sulle partenze dagli Stati Uniti verso l’Italia suggeriscono un possibile cambiamento nelle scelte dei turisti americani, con una crescita di interesse per il “fine estate”. Per quanto riguarda gli italiani la voglia di viaggiare rimane, ma per le ferie estive si preferisce rimanere in Europa e in Italia: sullo stesso periodo 2024 le ricerche sul web per hotel in Italia sono cresciute del +31,5%.
Una tendenza confermata dal nuovo sondaggio dell’Istituto Piepoli – condotto su un campione rappresentativo di 500 intervistati – che rivela come, nonostante una forte voglia di viaggiare, oltre la metà degli italiani (54%) ha cambiato idea o è incerta sul da farsi a causa del complesso e instabile scenario mondiale. L’aumento dei prezzi (voli, energia, inflazione) e la sicurezza sono le due principali preoccupazioni. La destinazione preferita rimane l’Italia (56%), seguita dall’Europa (29%) e dai Paesi extra Ue (9%). Il dato più significativo dello studio riguarda il cambiamento delle abitudini dovuto alla situazione internazionale: il 54% degli intervistati, infatti, ammette di aver modificato i propri piani. In particolare, il 23% si è orientato verso mete considerate più sicure e il 21% ha scelto di restare nei confini nazionali rinunciando all’estero.
La situazione internazionale pesa “molto o abbastanza” sulle decisioni di viaggio per ben il 67% del campione. La preoccupazione principale che guida queste scelte è l’aumento dei prezzi (65%): il caro voli, l’energia e l’inflazione rappresentano l’ostacolo maggiore. E il “caro vita” pesa, inevitabilmente, sui portafogli: se il 48% manterrà lo stesso budget dell’anno scorso, ben il 34% degli italiani si vede costretto a diminuire la spesa per le vacanze rispetto all’anno precedente. Questo scenario si inserisce, poi, in un contesto psicologico complesso: il sentimento generale nei confronti della vita è peggiorato per il 45% degli intervistati negli ultimi mesi, con una minima parte che vede, invece, dei miglioramenti (9%). “I dati della ricerca dell’Istituto Piepoli confermano che il turismo resta un pilastro fondamentale del nostro sistema economico – afferma il presidente della Camera di Commercio di Roma, Lorenzo Tagliavanti – ma ci dicono anche che siamo di fronte a un viaggiatore profondamente prudente e informato. Se da un lato il 70% degli italiani non intende rinunciare a un periodo di vacanza, dall’altro emerge una chiara richiesta di protezione: protezione del proprio potere d’acquisto, minacciato dall’aumento dei prezzi, e protezione della propria sicurezza in un contesto internazionale instabile. Come Camera di Commercio di Roma – conclude Tagliavanti – riteniamo che questa forte spinta verso le mete nazionali possa rappresentare anche un’opportunità che le nostre imprese devono saper cogliere, puntando su un’offerta di qualità che sappia bilanciare alti standard a costi sostenibili. La sfida per l’estate 2026 non sarà solo attrarre più visitatori, ma trasmettere valori come accoglienza, qualità e sicurezza che, oggi più che mai, rappresentano il vero valore aggiunto del made in Italy”.
“Il rallentamento della domanda turistica dagli Stati Uniti verso l’Europa conferma un cambiamento nei comportamenti di viaggio degli americani – spiega Roberta Garibaldi – pur restando l’Italia una destinazione fortemente desiderata e percepita come sicura, il peso crescente dell’inflazione, dei costi di viaggio e del tasso di cambio sta riducendo la propensione ai viaggi intercontinentali. È quanto emerge dalla nostra ricerca con Aite – Associazione Italiana Turismo Enogastronomico, anche se il 57% degli intervistati dichiara probabile una vacanza italiana nei prossimi 12 mesi. In parallelo – continua Garibaldi – si rafforza la tendenza verso viaggi di prossimità e destinazioni considerate più accessibili economicamente, fenomeno che potrebbe incidere sui flussi turistici internazionali del 2026. Per l’Italia sarà quindi fondamentale aumentare il valore percepito dell’offerta, lavorando sulla destagionalizzazione, sulla promozione di territori meno congestionati e su esperienze autentiche ad alta componente culturale ed enogastronomica. Azioni di sviluppo per la domanda domestica, anche di corto raggio, sono da considerare interessanti, visto l’interesse dichiarato dagli italiani”.
A confermare la solidità del sistema arrivano anche i dati del Ministero del Turismo, secondo cui tra gennaio e marzo gli arrivi turistici sono aumentati del 5,5%, mentre le presenze – cioè il numero complessivo di notti trascorse nelle strutture ricettive – sono cresciute del 6,8%. Il tutto in un contesto di prezzi più competitivi: le strutture ricettive italiane hanno registrato tariffe mediamente inferiori del 7% sul 2025 durante i ponti di primavera. Il mercato internazionale rimane il grande motore dell’incoming italiano. Sono oltre 76 milioni i turisti stranieri attesi nelle destinazioni italiane, confermando il peso crescente del mercato estero, che vale, ormai, oltre il 55% delle presenze complessive previste. Un primato che si costruisce su un brand-Paese tra i più forti al mondo: cultura millenaria, enogastronomia, paesaggi unici.
Secondo l’analisi di Federturismo la Banca d’Italia, nel suo aggiornamento di inizio anno, ha confermato la traiettoria positiva. A gennaio 2026, le entrate turistiche sono cresciute del 3,8% sullo stesso mese 2025, con la crescita della spesa dei viaggiatori esteri dovuta in misura sostanzialmente analoga a quelli provenienti dai Paesi Ue (3,8%) e a quelli dai paesi extra-Ue (3,6%). L’avanzo della bilancia turistica si è attestato, nel complesso del 2025, a 22,7 miliardi di euro – l’1% del Pil. Quanto ai mercati di provenienza, la fotografia è articolata. I Paesi europei – Germania, Francia, Paesi Bassi, Austria, Svizzera – restano stabilmente in cima ai flussi verso l’Italia. Nel 2024 erano aumentate soprattutto le entrate da alcuni Paesi dell’area dell’euro, principalmente Germania e Spagna, e dall’Asia. Sul fronte americano, invece, si apre una crepa.
L’estate 2026 del turismo italiano è, dunque, uno specchio fedele del tempo che viviamo: resiliente, ma ansioso, ricco di numeri positivi eppure attraversato da correnti di incertezza. Chi saprà leggere i segnali – puntando su qualità, autenticità ed esperienza – avrà un vantaggio enorme, con la certezza che il Belpaese resta una destinazione irresistibile per i turisti di tutto il mondo.

Fonte Winenews

Iran, quanto costa la guerra al turismo

Il conflitto in Medio Oriente sta producendo effetti immediati su uno dei principali snodi del traffico aereo globale, interrompendo una fase di crescita che, per i vettori del Golfo, era stata continua negli ultimi decenni con l’eccezione della parentesi pandemica. La chiusura dello spazio aereo e l’instabilità legata agli attacchi hanno determinato una riduzione drastica dell’operatività, incidendo sia sui flussi turistici sia sui viaggi d’affari.

I dati disponibili indicano un impatto esteso e trasversale. Dall’inizio delle ostilità, il 28 febbraio, sono stati cancellati oltre 58mila voli da e per il Medio Oriente, con circa sei milioni di passeggeri coinvolti. Gli hub di Dubai, Doha e Abu Dhabi – che insieme movimentano oltre 140 milioni di passeggeri l’anno – risultano tra i più colpiti, con percentuali di cancellazione che superano in alcuni casi il 90%. In Italia, le tre principali compagnie del Golfo hanno cancellato 204 voli su 273 programmati nello stesso periodo, pari a oltre il 74%, con forti riduzioni sulle principali direttrici intercontinentali.

La contrazione non riguarda soltanto l’offerta ma anche la domanda. I collegamenti in arrivo dall’Europa e dagli Stati Uniti registrano tassi di riempimento degli aeromobili estremamente bassi, in alcuni casi tra il 5% e il 10%, ben al di sotto dei livelli fisiologici superiori all’80%. Anche sulle rotte transatlantiche si osservano cabine semivuote, mentre i voli in uscita dagli hub del Golfo mostrano una dinamica opposta, con un aumento della domanda legato alla necessità di lasciare l’area. Il risultato è una forte asimmetria nei flussi, che riduce l’efficienza operativa e aumenta i costi unitari per le compagnie.

Il calo dei voli è direttamente collegato a tre fattori principali. Il primo è la sicurezza: la chiusura o la limitazione dello spazio aereo obbliga a cancellazioni o a deviazioni più lunghe e costose. Il secondo è la riduzione della domanda internazionale, dovuta al rischio percepito dai passeggeri e alle restrizioni operative. Il terzo riguarda l’interruzione del modello di hub, che rappresenta il cuore del sistema dei vettori del Golfo: l’impossibilità di garantire connessioni fluide tra Europa, Asia e Oceania riduce drasticamente il valore competitivo di questi scali.

Le ricadute si estendono oltre il settore del trasporto aereo. Il turismo, sia leisure sia business, risulta sostanzialmente fermo nella regione, con effetti diretti su ospitalità, commercio e servizi. Paesi fortemente connessi al traffico via Golfo, come India e Australia, rischiano contraccolpi sui flussi turistici e sulle catene di viaggio a lungo raggio. Anche le filiere cargo possono subire rallentamenti, considerando il ruolo degli hub mediorientali nella logistica globale ad alto valore.

Sul piano competitivo, la crisi apre spazi per altri vettori. Compagnie europee e asiatiche stanno già rimodulando l’offerta, aumentando i collegamenti diretti verso Asia e Africa per intercettare una domanda che non può più transitare attraverso Dubai o Doha. Il riposizionamento di operatori come Lufthansa, British Airways o Turkish Airlines segnala un possibile riequilibrio temporaneo delle rotte intercontinentali.

Prima del conflitto le prospettive per il settore erano orientate a una crescita sostenuta. Secondo le stime della Iata, le compagnie del Golfo avrebbero dovuto raggiungere nel 2026 i livelli più elevati di redditività globale, con margini attorno al 9,3% e un profitto medio per passeggero superiore ai 28 dollari, nettamente sopra le medie internazionali. L’attuale contrazione mette in discussione queste previsioni, almeno nel breve periodo. La capacità di resistenza finanziaria dei vettori del Golfo resta un elemento rilevante. Il supporto pubblico e l’accesso facilitato alle risorse energetiche consentono di assorbire parte degli shock operativi.

Fonte Il Giornale