01/05/2026 - 02:33
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Iran, quanto costa la guerra al turismo

Il conflitto in Medio Oriente sta producendo effetti immediati su uno dei principali snodi del traffico aereo globale, interrompendo una fase di crescita che, per i vettori del Golfo, era stata continua negli ultimi decenni con l’eccezione della parentesi pandemica. La chiusura dello spazio aereo e l’instabilità legata agli attacchi hanno determinato una riduzione drastica dell’operatività, incidendo sia sui flussi turistici sia sui viaggi d’affari.

I dati disponibili indicano un impatto esteso e trasversale. Dall’inizio delle ostilità, il 28 febbraio, sono stati cancellati oltre 58mila voli da e per il Medio Oriente, con circa sei milioni di passeggeri coinvolti. Gli hub di Dubai, Doha e Abu Dhabi – che insieme movimentano oltre 140 milioni di passeggeri l’anno – risultano tra i più colpiti, con percentuali di cancellazione che superano in alcuni casi il 90%. In Italia, le tre principali compagnie del Golfo hanno cancellato 204 voli su 273 programmati nello stesso periodo, pari a oltre il 74%, con forti riduzioni sulle principali direttrici intercontinentali.

La contrazione non riguarda soltanto l’offerta ma anche la domanda. I collegamenti in arrivo dall’Europa e dagli Stati Uniti registrano tassi di riempimento degli aeromobili estremamente bassi, in alcuni casi tra il 5% e il 10%, ben al di sotto dei livelli fisiologici superiori all’80%. Anche sulle rotte transatlantiche si osservano cabine semivuote, mentre i voli in uscita dagli hub del Golfo mostrano una dinamica opposta, con un aumento della domanda legato alla necessità di lasciare l’area. Il risultato è una forte asimmetria nei flussi, che riduce l’efficienza operativa e aumenta i costi unitari per le compagnie.

Il calo dei voli è direttamente collegato a tre fattori principali. Il primo è la sicurezza: la chiusura o la limitazione dello spazio aereo obbliga a cancellazioni o a deviazioni più lunghe e costose. Il secondo è la riduzione della domanda internazionale, dovuta al rischio percepito dai passeggeri e alle restrizioni operative. Il terzo riguarda l’interruzione del modello di hub, che rappresenta il cuore del sistema dei vettori del Golfo: l’impossibilità di garantire connessioni fluide tra Europa, Asia e Oceania riduce drasticamente il valore competitivo di questi scali.

Le ricadute si estendono oltre il settore del trasporto aereo. Il turismo, sia leisure sia business, risulta sostanzialmente fermo nella regione, con effetti diretti su ospitalità, commercio e servizi. Paesi fortemente connessi al traffico via Golfo, come India e Australia, rischiano contraccolpi sui flussi turistici e sulle catene di viaggio a lungo raggio. Anche le filiere cargo possono subire rallentamenti, considerando il ruolo degli hub mediorientali nella logistica globale ad alto valore.

Sul piano competitivo, la crisi apre spazi per altri vettori. Compagnie europee e asiatiche stanno già rimodulando l’offerta, aumentando i collegamenti diretti verso Asia e Africa per intercettare una domanda che non può più transitare attraverso Dubai o Doha. Il riposizionamento di operatori come Lufthansa, British Airways o Turkish Airlines segnala un possibile riequilibrio temporaneo delle rotte intercontinentali.

Prima del conflitto le prospettive per il settore erano orientate a una crescita sostenuta. Secondo le stime della Iata, le compagnie del Golfo avrebbero dovuto raggiungere nel 2026 i livelli più elevati di redditività globale, con margini attorno al 9,3% e un profitto medio per passeggero superiore ai 28 dollari, nettamente sopra le medie internazionali. L’attuale contrazione mette in discussione queste previsioni, almeno nel breve periodo. La capacità di resistenza finanziaria dei vettori del Golfo resta un elemento rilevante. Il supporto pubblico e l’accesso facilitato alle risorse energetiche consentono di assorbire parte degli shock operativi.

Fonte Il Giornale

Guerra in Iran, l’impatto in Europa: le stime Morgan Stanley

A pensarlo sono anche gli analisti di Morgan Stanley: le destinazioni europee potrebbero beneficiare indirettamente della crisi in Medio Oriente. Secondo la banca d’affari, infatti, se il conflitto dovesse protrarsi i turisti del nostro continente potrebbero rinunciare alle mete mediorientali a favore di destinazioni intraeuropee, a corto raggio. Si calcola che, se due terzi dei visitatori europei normalmente diretti in Medio Oriente cambiassero meta, la domanda alberghiera nel Vecchio Continente potrebbe crescere dell’1%, con effetti più marcati in destinazioni invernali come le Canarie.

Un’analisi, quella di Morgan Stanley, basata su un precedente storico. Come scrive repubblica.it, infatti, durante la Primavera Araba del 2011 le destinazioni costiere di Spagna, Grecia e Turchia videro un incremento del revPar oscillante tra l’8 e il 14%. Il clima di incertezza generale potrebbe, inoltre, favorire i viaggi organizzati, a beneficio dei tour operator.

Nel frattempo, però, è sempre più salato il conto che la regione del Golfo si stima possa pagare con il protrarsi della crisi. Secondo le previsioni di Morgan Stanley e Bank of America l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran potrebbe mettere a rischio tra i 34 e i 56 miliardi di spesa turistica nella regione, a causa soprattutto del peso che l’area ha per lo shopping d’alta gamma. Come riporta Milano Finanza il Medio Oriente rappresenta, infatti, tra il 5 e il 6% delle vendite globali di beni di lusso.

Fonte TTG ITALIA